La nostalgia della neve nelle città senza inverno
Bruce Davidson : Central park sotto la neve nell’inverno del 1992
Vedremo mai più la neve così nelle nostre città? Neve che pulisce, che nasconde, che rasserena anche la più gelida e meno accogliente delle metropoli? Potremo mai più camminare, come qui, su un tappeto silenzioso, affondando leggermente con i piedi nel bianco scintillante, mentre dal cielo continuano a cadere, in disordine vorticoso, i fiocchi che si posano sugli alberi, sui rami, sulle lanterne, sulle spalle e sui capelli? Torneremo mai più ad ammirare la faccia benigna dell’ inverno che ci riversa addosso nevicate vere, anche pungenti, anche sospinte da soffio violento, o ci dovremo per sempre accontentare della finta neve di cotone incollata alle vetrine natalizie, melanconica testimonianza della nostra nostalgia?
Quest’ immagine che somiglia a un quadro antico, a un olio fiammingo d’ altro tempo - di quando il mondo era ancora in ordine, con tutte le sue stagioni normali e regolari - è una foto scattata nel 1992 a New York, Central Park, da Bruce Davidson: neppure tanto tempo fa, insomma, eppure i giorni che narra sembrano distanti, mitici, irrimediabilmente perduti, dei quali, però, ci resta, ben vivo, il ricordo. Adesso, per qualche misterioso castigo di Dio, evidentemente in collera con noi, il massimo che ci viene concesso nelle nostre lugubri città invernali, è una breve nevicata che poco dopo diventa pioggia, e il bianco delle strade subito si trasforma in sporca fanghiglia che i passanti maledicono, e quello dei tetti presto si macchia di fumo nero per precipitare poi a terra in triste massa bagnata. Ciò che resta sono blocchi di neve grigia e irriconoscibile, spalata in qualche angolo morto di piazze e strade, in attesa che, a scioglierla, intervenga, pietosa, la primavera. Si può pregare per la pioggia, ma si è mai visto pregare per la neve? Del resto, a chi può servire la neve in città? Non agli automobilisti, non ai negozianti, non ai baristi, non ai postini, non ai tranvieri, non agli anziani e ancora meno ai sindaci, ai poliziotti e ai vigili. Servirebbe ai bambini per fabbricare pupazzi, servirebbe ai ragazzi per sognare bufere che costringano a chiudere le scuole, e servirebbe a certi ostinati che rimpiangono i sorprendenti risvegli mattutini nel bianco ovattato senza rumori e, poi, giù in strada, i passi felpati nella coltre soffice. Ma sono categorie che non contano e, dunque, niente novene perché torni a nevicare. E il cielo si guarda bene dal concedere il miracolo, sta chiuso e sulle sue, un po’ come quando, in modo inspiegabile, ostinatamente si rifiuta di sciogliere il sangue di San Gennaro. E’ vero, sulle panchine ingombre non ci si può sedere nemmeno due minuti e i piedi certamente si bagnano un poco se le scarpe non sono quelle giuste - però i newyorkesi sanno bene che ci vogliono stivali e guanti per uscire con queste temperature - e la visibilità nel parco è ridotta al minimo, ma cosa c’ è di meglio che camminare in due sotto la neve, bozzolo chiuso e tiepido anche in mezzo al freddo? Soli contro il mondo si avanza sottobraccio respirando l’ aria gelida mista ai fiocchi; ci si appoggia e ci si sostiene l’ un l’ altro per non scivolare, quasi quasi si è tentati di amarsi più del solito, e ci si gode il cane che non si raccapezza, tira il guinzaglio, si agita cercando di afferrare la neve che viene dall’ alto: pensa forse che siano mosche o zanzare o altro fastidioso volatile da stroncare con un morso. E camminando si pregusta la tazza calda che aspetta, tra poco, a casa o al caffè, e più fa freddo e più spessa e vorticosa è la nevicata, più è piacevole immaginare, per contrasto, il tepore che si ritroverà e il sapore che infuocherà la bocca. Poi, tolti i cappotti, le sciarpe, i guanti e i berretti, si vorrà andare alla finestra a rivedere ancora la faccia bella dell’ inverno, a riammirare il miracolo che, per qualche tempo, fa sembrare innocenti anche le città più nere e più cattive.

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